Alan Vault | Dogon

gio, nov 20, 2008

Photo

Alan Vault | Dogon

Tra le cicatrici che segnano la terra africana vive un popolo che abita un luogo incantato a ridosso del fiume Niger ai piedi della Falesia del Bandigar: i Dogon.

Questa etnia ha vissuto per secoli in un isolamento completo fino a quando l’antropologo francese Marcel Griaule, negli anni ‘30 membro di una spedizione che intendeva attraversare l’Africa dall’Atlantico all’Oceano Indiano, non restò affascinato dalla raffinata cultura tanto da dedicargli il resto della propria vita. Indagò così gli usi, i costumi e le credenze e restò affascinato soprattutto dalle straordinarie conoscenze astronomiche e dalla complessa cosmogonia che rivelava come ai “confini del mondo” una cultura “altra” poteva raggiungere un sapere tanto sofisticato e complesso quanto misterioso e profondo.

Alan Vault con la sua macchina fotografica ha così cercato di scandagliare questo mistero andando alla ricerca di un mondo unico impresso negli sguardi e nelle facce di queste persone. Compressi e schiacciati da una natura ostile questi uomini hanno però saputo creare una filosofia degna del più alto pensiero occidentale, una filosofia che le fotografie di Vault hanno indagato nei meandri di un animismo tipico delle genti africane ma tanto lontano dalla nostra cultura.

Le foto diventano così una scultura che comprende il pensiero e lo ricaccia in forme primitive ma cariche di etos. Sono queste sequenze di immagini che come una lente si soffermano sulla materia senza sporcarla, un lavoro in un tempo che non procede in modo lineare ma si curva nella statue degli antenati che proteggono la vita di un bambino o di un piccolo che nasce tra la terra spaccata di un fossile di pietra.

Alain Vault sia addentra in queste fessure che tagliano l’aria e l’anima, un organismo vivente che si confonde con le arterie del terreno che vivono attraverso il lavorio continuo dei Dogon, che scavano cavità, le quali sono allo stesso tempo sentieri e cimiteri, vita e morte. Il tempo diventa materia e la materia si ritrasforma in un tempo che abbraccia tutto ma non scalfisce nulla, nemmeno il braccio grinzoso di una vecchia, fossile vivente di un mondo lontano.

Un mondo lontano ma non morto, un mondo nel quale “il disordine degli oggetti serve per nascondere il segreto a coloro che vorrebbero comprenderlo”.

Dogon

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