Architettura Periferica
Le periferie rugginose oggi più che mai tornano alla ribalta. Ora che i prezzi delle case del centro sono inavvicinabili per il ceto medio, la periferia torna a vivere una nuova stagione di gloria. E non sono le banlieue francesi, agglomerati abitati dai figli e dai nipoti degli immigrati algerini o senegalesi, ma distese orizzontali di villette a schiera con 10 metri quadrati di giardino e con annesso piccolo parco per portarci a pisciare il cane.
L’uomo periferico ha cambiato abitudini, gli sporchi, brutti e cattivi di Ettore Scola hanno subito una metamorfosi dettata dal superfluo e dal consumismo. La casa in periferia è un’icona a cui aggrapparsi, uno status symbol di ripiego ma con piscina per rinfrescarsi nelle calde ore dei pomeriggi estivi. C’è chi osserva con una sorta di malinconica nostalgia la scomparsa dei negozi e delle brutte facce di Mamma Roma, chi ricorda con tristezza la fame endemica e la polvere delle baracche romane, o la malavita col codice d’onore tatuato sull’avambraccio dei bulli dell’hinterland milanese. Ma oggi la periferia col suo carico d’asfalto e le sue luci al neon multicolori, come allora, rispecchia lo stato di un paese, la decadenza culturale, sociale e politica. Al boom economico non ha fatto seguito alcuna altra esplosione. La deflagrazione si è spenta nelle tasche e nei tubi di scappamento scarburate degli anni 80 e 90. I problemi architettonici si sono acuiti col malaffare, e i palazzinari hanno creato delle orribili illusioni a poco prezzo e tutto compreso.
Ogni nuovo quartiere costruito nel dopoguerra ha un suo centro, una sua piazza e una sua chiesa. I luoghi di incontro sono sempre i simboli del potere, una volta la piazza comunale o quella di fronte al Duomo, oggi l’Ikea o il centro commerciale con i suoi bar e le sue vetrine a saldo.
Si accettano scommesse su quale parte della città collasserà per prima: la desertica bellezza senza tempo dei monumenti del centro occupati dalle banche e dai palazzi ministeriali, o l’estetica bruttezza delle periferie cariche di tensioni e di abbrutimenti collettivi mitigati soltanto dalle voce grossa e inutile di piccoli politici del quartierino.


















Bravo, bell’articolo.
Vedere periferie svuotate dei negozi e in compenso “villaggi” appresso a paesi, fatti di ville e villette senza storia e senza futuro, senza un’anima, mi fa pensare molto. Al nostro egosimo: se è giusto voler avere un po di spazio è vivere tranquilli, allo stesso tempo togli tranquillità ai cittadini quando ogni mattina ti rechi a lavoro in auto dall’hinterland alla città e quando fai il viaggio inverso di sera e la togli anche agli abitanti originari del luogo che dovranno fare sempre più passi per trovare anfratti naturali.
C’è una disumanizzazione sia in città sia nei paesi.
E’ terribile.
Saluti e complimenti.
PS: bellissimo l’articolo su Viaggio in Italia di Ghirri.
Il male del nostro tempo lo smarrimento del genius loci.
Grazie per i complimenti.
continua a seguirci
Vengo spesso a leggervi e ad acculturarmi non solo fotograficamente.