Guardare le fotografie di Don McCullin è come appostarsi sul ciglio di un burrone e guardare giù ben sapendo che si soffre di vertigine e che la distanza tra quello che si vede e quello che si percepisce non è poi tanto grande.
E’ la contemplazione dell’abisso e della parte nera dell’umanità che dalla camera oscura di McCullin si propaga nelle immagini senza fronzoli, che hanno sì il merito di raccontare una storia, ma che scoprono la parte meno nobile dell’essere umano.
Dalle prime immagini della guerra di Cipro a metà degli anni 60 fino alla carestia in Etipia, passando per il Vietnam, la Cambogia, la guerra del golfo e per finire ai placidi paesaggi che ritraggono la campagna inglese,le fotografie di Don McCullin si portano dietro di sè l’orrore e la mancanza di luce che si è sedimentata nella polvere e negli occhi del fotografo.
L’attesa, il respiro degli ignari protagonisti, il colpo ad effetto, sono gli ingredienti di questi scatti che hanno reso McCullin un’icona del fotogiornalismo. Un fotografo “senza cultura” che ha avuto le strade dei sobborghi di Londra come maestre di vita e che ha saputo raccontare da dentro, grazie anche alla sua audacia, i momenti più importanti dei conflitti avvenuti durante gli ultimi 40 anni.
La sua immagine più celebre, il ritratto di un soldato americano stordito, intitolato Shell -Shocked Marine, scattata in Vietnam durante la battaglia di Hue nel 1968, racconta in maniera esemplare gli effetti della guerra sulla psiche individuale, gli occhi nascosti sotto il casco sporco come in una sorta di quiete intensità, guardano la guerra e sembrano non comprenderne appieno gli effetti, fissando quasi senza motivo l’obiettivo della fotocamera, ma senza guardarla, proiettati come sono verso il nulla.
Eppure anche in questi momenti come egli stesso afferma “Da qualche parte nella tua testa, si pensa a come l’immagine apparirà più tardi“. Ecco la duplicità del fotografo di guerra che viene a galla, da una parte la morte, dall’altra lo spettacolo, il colpo ad effetto che fa vendere le copie del giornale. Un peso dalla quale Don McCullin non sembra essersene mai liberato: “Alcune volte mi sembrava di portare a casa pezzi di carne umana, non negativi. Mi porto dietro tutta la sofferenza delle persone che ho fotografato.”
D’altronde bisogna pur sempre testimoniare, documentare, non si può semplicemente distogliere lo sguardo, ma anche oggi che Don McCullin volge il proprio sguardo verso i paesaggi intorno alla sua casa nel sud dell’Inghilterra scatta la maggiorparte delle fotografie soprattutto in inverno, perché gli piace il dramma degli alberi nudi, la “minaccia” del gelo.
“La gente dice che i miei paesaggi sembrano scene di guerra perché li stampo molto scuri. Ma, sai, suppongo che l’oscurità sia dentro di me, davvero.”
DON MCCULLIN. LA PACE IMPOSSIBILE. Dalle fotografie di guerra ai paesaggi 1958-2011
Reggio Emilia, Palazzo Magnani
Dall’11 maggio al 15 luglio 2012
Gallery di immagini di Don McCullin fotografo












June 4, 2012
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