La storia della veduta fotografica contemporanea, in Italia, risente delle crisi delle ideologie del dopoguerra: infatti la filosofia crociana ha impedito l’instaurarsi di un corretto rapporto con le culture diverse da quelle occidentali, ma anche con la moderna antropologia, con alcune branche della filosofia marxista, con la psicoanalisi o con la riflessione fenomenologica.
L’iconografia della città, fino al ventennio fascista, era rimasta ancorata ai canoni della pittura di veduta settecentesca, la città era solo quella dei monumenti, da cartolina o della cultura pittorica idealista. Negli anni ’50, invece, diventa il luogo del benessere, dell’industrializzazione, luogo senza storia aggrappata alle meraviglie delle industrie, in cui la campagna è stata rimossa dalla nostra cultura.
In questi anni prendendo spunto dai grandi reportage delle riviste americane, in primis Life e Look, si indaga il paesaggio attraverso racconti e sequenze di stampo neorealistico, quali ad esempio le campagne antropologiche alla ricerca di zone arcaiche e depresse in cui ritrovare il “tempo perduto”. Negli anni ’60 e ’70 la foto di paesaggio vive solo nell’ambito fotogiornalistico: Panorama, Epoca, L’Espresso, o nelle fotografie amatoriali.
Negli anni ’80 si torna a esplorare il paesaggio, attraverso le grandi committenze, in cui si analizzano le città ma non le realtà urbane, anche se, negli incarichi dati dal Touring Club, a tutta la nuova generazione dei fotografi italiani: Jodice, Radino, Cresci, Ghirri, Chiaramonte, le città e i paesaggi vengono osservati al di fuori dei monumenti, visti come punti di transito e non come elementi fondanti.
Nelle guide, diventa assai difficile per il fotografo mantenere una certa autonomia, per il ruolo che ha la guida di mostrare e guidare il viaggiatore verso il “bello” e l’interessante secondo il numero degli asterischi.
Copyright © Foto | Franco Fontana
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mar, set 29, 2009
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