Con la distruzione della prospettiva unicentrica, attuata dal cubismo, dalla poetica dada (Tristan Tzara), e da Kurt Schwitters viene abbandonato l’uso della prospettiva rinascimentale in favore di una costruzione dello spazio, spezzata, allargata, che può essere un riferimento per l’uso dell’apparecchio fotografico non tenuto in modo orizzontale. Questo uso di prospettive non convenzionali, venne largamente usato dai costruttivisti russi, in particolar modo da Rodcenko e Lisickij e modificò i vecchi modelli della fotografia d’architettura.
Sergej Ejzenstein è stato sicuramente determinante per la costruzione di questa teoria, sia con i suoi film che con i suoi scritti, tanto da influenzare anche un’americana come Dorothea Lange, molto lontana, naturalmente dal modo di fotografare dei costruttivisti. In effetti, le fotografie della Lange hanno numerosi antecedenti da ricercarsi nelle lunghe pose della pittura di Edward Hopper, ma anche nella letteratura realistica di Dos Passos e Faulkner. Le fotografie di Dorothea Lange, fotografie di migrazione, di polvere e lunghe file di automobili, sono rappresentazione visiva della crisi del ’29 e anche spunto per romanzi di Steinbeck quali Furore, Uomini e topi o Pian della tortilla.
Con il miglioramento della tecnica e la progressiva riduzione del formato delle macchine fotografiche, si potevano seguire sempre più da vicino e con minori impacci le vicende di cronaca ma principalmente di guerra che dalla seconda metà degli anni ’30 stavano funestando l’Europa. Era la nascita del fotogiornalismo moderno con Life fondata da Hernry Luce e Look dai fratelli Cowles. Le due riviste si proposero di sostituire alla casualità con la quale venivano di solito pubblicate le fotografie, una scelta meditata che cercasse di “incanalare la coscienza visiva del tempo”.
Ricordiamo tra i fotografi che testimoniarono le atrocità della guerra Edward Steichen, Margaret Bourke-White e Robert Capa morto durante un combattimento in Indocina. Ma non possiamo non citare le splendide fotografie di Henri Cartier-Bresson tra le quali quelle della campagna di Spagna del 1934.
Gli anni del dopoguerra sono anni di forte sperimentazione, e di viaggi all’interno della propria individualità. Sono gli anni della Subjektive Fotografie, ossia dell’esaltazione dell’individuo e il rifiuto di ogni totalitarismo anche grazie all’abbraccio di un movimento filosofico come l’esistenzialismo che propugnava la libertà radicale dell’essere umano; libertà soggetta, secondo i fotografi di questa generazione, però, alle limitazioni della macchina fotografica. Sono immagini caratterizzate da un rigorosissimo impianto formale, che va fino all’astrazione totale grazie all’uso di tracce luminose e sovrapposizione di negativi.
I personaggi di maggior rilievo in questo periodo sono il tedesco Otto Steinert, l’americano Siskind, l’inglese Brandt e gli italiani Veronesi, che allievo di Fernand Leger conduceva già dal 1934 ricerche di fotografia astratta, parallelamente con la sua opera di pittore, e i più giovani Migliori e Giacomelli. Queste ricerche si riallacciavano alle intuizioni di Moholy Nagy e Man Ray e alle sperimentazioni di List e Bayer, ma in particolare sull’approfondimento della pittura informale contemporanea.
Dorothea Lange Gallery
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mer, apr 8, 2009
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