Intervista a Vittorio Savi su Luigi Ghirri Fotografo (Parte IV)

gio, nov 27, 2008

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Intervista a Vittorio Savi su Luigi Ghirri Fotografo (Parte IV)

Cosa è cambiato nella fotografia di Ghirri dopo questa “intrusione” nel mondo dell’architettura?

La rappresentazione si è ammorbidita moltissimo, già il cimitero di Modena è rappresentato con una geometria predisposta, molto tirata, molto tenuta. In seguito, c’è stata una composizione maggiore. Composizione è un termine più elaborato di astrazione geometrica, di geometrizzazione, e lui l’ha attuata in chiave di ammorbidimento dei contorni, tutto è rimasto nitido, ma non ipernitido, l’esecuzione, la profondità di campo, è sempre rimasta notevole e totale e tutto a fuoco, soprattutto sul piano cromatico.

Questo potrebbe essere dovuto alla stampa di Arrigo Ghi che ha messo in pratica le direttive di Ghirri in modo esemplare?

Ghirri deve tanto della sua immagine a Ghi, ma credo che Ghi lo abbia ascoltato molto.

Lo stampatore è detentore di un sapere artigianale che probabilmente si andrà a perdere a causa della disciplinizzazione della fotografia, ma certo, Ghi potrebbe dovere tutto a Luigi, come è il mio caso o come è il caso di Gianni Celati.

Diciamo che io, se non ci fossero state delle ammissioni e confessioni di Luigi sarei uscito di scena molto rapidamente, non nel senso che lui non avrebbe continuato a frequentarmi, ma nel senso che gli altri, una volta scomparso, non mi avrebbero neanche notato, poiché, fondamentalmente sono un critico di architettura, ed è facile sbarazzarsi o sottovalutare la critica.

Nel caso di Ghi, ossia di un artigiano è ancora più semplice. Lotus ha ringraziato molto Arrigo Ghi, però tutti si sentono autorizzati a trascurare e a non approfondire questo aspetto.

Per fortuna Ghirri ha lasciato, non dico delle indicazioni testamentarie, ma delle indicazioni ai suoi cari molto precise, dalle quali ho ricevuto una grande eredità spirituale spendibile culturalmente.

Dava a Ghirri qualche indicazione su cosa fotografare?

Fra me e Luigi non c’era concorrenza, c’è stata sempre molta collaborazione, è chiaro che lui era il Fotografo. Io gli davo anche delle indicazioni su cosa fotografare, ma devo dire che dentro di me non mi sentivo sicuro di queste indicazioni, speravo come forse è anche avvenuto, che lui correggesse la mia intuizione, non prendesse per oro colato ciò che gli dicevo, ma operasse secondo il suo criterio.

Credo che da me, abbia imparato soprattutto una cosa che avevo chiara, ovvero l’atmosfera del luogo, quella che Benjamin chiama aura: l’hic et nunc. Credo che lo abbia imparato sia leggendomi qualche volta, sia e soprattutto durante le nostre conversazioni.

Tutta la critica, almeno quella recente, guarda poco all’intorno dell’architettura, apprezza poco i fatti fisici e i fatti umani, il paesaggio fisico, ma anche il paesaggio umano che secondo me hanno un’importanza determinante, e se non determinante comunque notevole. Nell’indagare e nell’esplorare questo aspetto del paesaggio e dell’architettura, Ghirri ed io, abbiamo seguito gli stessi binari, e non saprei dire chi ha insegnato all’altro, perché tutti e due avevamo molto chiaro che l’assenza di figure umane era un potenziamento dell’umanità, della fotografia, anziché una deprivazione, e non abbiamo mai pensato di voler fare una fotografia solo al paesaggio architettonico o fisico, ma proprio in quanto solo paesaggio fisico, pensavamo all’estrema umanità di queste cose prodotte dagli uomini, sentite dagli uomini, e che, veramente, queste cose non sarebbero state e non sarebbero apparse alla visione, se non fossero passate attraverso un uomo in qualche modo.

Quando sento contrapporre il paesaggio umano al paesaggio fisico, la fotografia di paesaggio fisico alla fotografia di paesaggio umano, la fotografia concettuale alla fotografia realistica, penso che si è sulla strada di un grande fraintendimento, perché l’opposizione non esiste fin dall’inizio. Capisco che il genere ha una certa importanza, ma sono fatti più che altro formali, e bisognerebbe, allora, introdurre una nozione di forma: è naturale che un nudo umano è molto diverso da un nudo architettonico, ma è chiaro che le due categorie sono in se stesse la stessa cosa. La nudità del paesaggio esterno, comprende anche le nudità dell’esterno umano, e le comprende anche se in quel momento la figura umana è fuori campo.

Per questo motivo sono sconsolato quando si cerca di esaltare la fotografia di Ghirri per legittimare il paesaggio umano.

Sembra quasi che Ghirri abbia fotografato prendendo spunto dalla sua “poetica”?

A voler essere sincero osserverei che lui ha fotografato a suo modo su spunto mio. Io sono stato l’occasione. L’accordo era totale, forse anche per effetto di una simpatia reciproca, però anche della grande autonomia di Ghirri.

Se penso agli stereotipi ghirriani, penso che siano tutti riconducibili a lui e a nessuna particolare influenza, quindi rispondo non solo parlando di me, ma parlando anche in generale del suo modo.

Lui diceva di sfogliare molte, moltissime immagini, in questa consultazione sarà incappato anche in immagini di architetture note e celebri. E’ sicuro che di Walker Evans avesse una conoscenza buona, non eccezionale. Di Atget, credo che avesse visionato di sua iniziativa le stampe originali a Parigi. Nel caso dei fotografi americani, di Eggleston, di Meyerowitz, questo è molto più difficile da dire. Egglestone so che gli piaceva.

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