Qual era il rapporto di Luigi Ghirri col mercato, in che modo sceglieva i suoi lavori?
Questo aspetto introduce un particolare secondario, ma interessante, e cioè che Luigi Ghirri fu un fotografo ed un artista povero e non esattamente abile da un punto di vista economico, lo sarebbe sicuramente diventato. Lui diceva: << Questa attitudine, questo lavoro, che mi è venuto in parte anche da te, io non lo riesco a monetizzare>>.
Per riprendere il caso di Aldo Rossi lui puntava ad avere in esclusiva l’opera completa dell’architetto, fra l’altro sbagliando anche i suoi calcoli, perché in quel momento Rossi esplodeva anche geograficamente, quindi sarebbe diventato difficile se di volta in volta avesse dovuto seguire i suoi iter progettuali, ma Ghirri, lo vedeva soprattutto come autore padano o al massimo europeo, e riteneva che, avere l’esclusiva di Aldo Rossi sarebbe stato facile e poco dispendioso.
Non era in grado di monetizzare e gestire il rapporto con il cliente. Sento di poter dire, però, che lui è stato anche un esempio morale, una persona che, pure consapevole dell’eccellenza del lavoro, non si mostrò mai di nessuna arroganza e di nessuna astuzia mercantile. Credo che questo sia indicativo dell’esatto valore che dava della sua fotografia: valore intellettuale, culturale e artistico. Sono tra quelli che pensano che la cultura debba volgere in arte e l’arte in poesia, quindi sono un estimatore del valore poetico della sua immagine.
Non ha mai tirato la corda e si è accontentato di compensi molto ragionevoli. Lui diceva spesso: << Forse un milione può sembrare tanto, ma se ti cade un obiettivo questo lavoro è già finito>>. Fra l’altro aveva un’attrezzatura assai limitata, tanto che una volta mi disse: << Ma tu hai più attrezzatura di quanta ne abbia io>>, io dilettante ne avevo più di lui professionista.
A proposito di attrezzature era attento a quello che proponeva la tecnica?
Ghirri non era disattento nei confronti di ciò che proponeva la tecnica. Sapeva che esistevano i banchi ottici ed altre “meraviglie”, ma quando io avevo qualche perplessità sulla 6*7 Pentax, lui diceva: << Voglio una macchina che deve rispondere ai requisiti che io stesso stabilisco, se non è in grado di darmeli meglio allora una vecchia Pentax 6*7, pesante>> che per contrappasso gli forniva l’agilità, di un formato il più simile al 24*36. Il 24*36 rappresentava il suo ideale su cui tanto volentieri sarebbe tornato. Quanto al cavalletto aveva una certa maestria prensile nel maneggiarlo, ma non lo amava né lo detestava.
Tornando al mercato della fotografia di architettura l’esempio morale di Luigi Ghirri è stato seguito?
Dopo di lui, anche per merito del suo essere battistrada, si sono avute, credo, numerose esperienze sconsolanti. A questo proposito cito il lavoro di Paola De Pietri, una ragazza che si è laureata con me con una tesi di laurea come saggio fotografico su Casa Malaparte a Capri, adesso viene considerata un esempio di autrice emergente. Conosco bene la sua ricerca, ed è una ricerca che vale come forma di artigianato applicata all’architettura, la sua opera è frutto di una sapienza in parte innata, in parte indotta, in parte studiata e perfezionata, che le ha permesso di ricevere anche delle soddisfazioni economiche sorprendenti, enormemente superiori a quelle avute da Luigi Ghirri.
I personaggi che girano nel mondo del mercato dell’arte e scelgono la De Pietri, attraverso giri e raccomandazioni che io posso intuire ma non posso sapere, chiedono di fare fotografie grandi perché devono essere grandi, o di fotografare interni domestici in modo un po’ voyeuristico perché così vuole il mercato. E se la fotografa esegue scrupolosamente le direttive della committenza, si capisce che la fotografia non è l’esplicitazione di una ricerca culturale propria, ma si fa una promozione culturale, in modo così astratto che mi sembra veramente disdicevole.
Questi problemi con Ghirri non c’erano?
Questo tipo di problematica, ancorché più che albeggiante, con Ghirri, era stata esclusa di pari impeto, perché certamente veniva prima la ricerca, veniva prima lui, le sue ossessioni, e comunque le sue scelte.
Può darsi che per alcuni artisti, come per il “fricchettone” concettuale Vaccari, il mercato della fotografia sia miserabile, ma nel caso della fotografia di architettura, con certe riviste, con certi editoriali, il denaro che corre è tanto.
La fotografia di Ghirri, quindi è sempre stata svincolata dalle ristrettezze culturali e dalla generosità economica della committenza?
C’è una fotografia di architettura quasi specialistica che lui sa innovare proprio per il fatto che non sente le strettezze del genere, e soprattutto le strettezze della committenza. In questo senso l’esempio De Pietri diventa rilevante.
Quando nell’idea della committenza, l’arte diventa servile, non nel senso della funzionalità moderna, ma di mecenatismo rinascimentale, allora si perde ogni senso della misura artistica e morale se non anche di quella economica. E’ chiaro che la fotografa d’architettura asservita ti fa una fotografia di architettura grandangolare e festosa, davanti alla quale qualcuno si inginocchia come di fronte ad un altare, Luigi Ghirri, al contrario, non ha mai voluto sentirne parlare e ha continuato la sua ricerca solo attraverso l’esercizio del suo sguardo, una fotografia, passata prima ad un vaglio interiore.
In Ghirri, dunque, non c’è lo schiavismo della committenza. Dal versante De Pietri, invece, c’è poca personalità e uno sguardo sempre vigile alle richieste del committente tanto da poter facilmente passare dalla fotografia di architettura alla fotografia a dittico a quella concettuale ma sempre noiosa e ripetitiva.
E’ la ricerca l’antidoto alla mercificazione della fotografia?
Io credo nell’antidoto della ricerca, istillare, cioè, la religione della ricerca, perché se l’artista, anche se non ha la caratura di artista, ricerca, si arriva ad un risultato di utilità per tutti; se invece non ricerca, al massimo si può arrivare ad una utilità personale che è un po’ poco, in quanto ci possiamo complimentare con il soggetto in questione, ma il problema della fotografia, se si crede nella fotografia, rimane invariato.
© Paola De Pietri | Qui di nuovo | 2003
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lun, dic 1, 2008
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