La fotografia delle riviste di architettura secondo Mimmo Jodice è in genere una messa in mostra dell’astrazione del disegno, e resta confinata al ruolo di mezzo tecnico, rivelando la relativa autonomia del fotografo nello scattare queste immagine su commissione. E’ un esempio esplicito di quanto lo stesso Jodice sostiene a proposito del rapporto che c’è fra architettura e fotografia.
Nei confronti dell’editoria, infatti, Mimmo Jodice è molto critico, la fotografia di architettura rispetto ad altri campi, per esempio la moda o il reportage, non ha subito innovazioni, perché nel mondo delle riviste si ritiene che la fotografia debba essere mero supporto tecnico dell’architettura e non “arte” autonoma.
Nella pubblicistica specializzata la fotografia serve per divulgare, mostrare, illustrare, ma difficilmente si dà la possibilità al fotografo di operare liberamente. Le scelte del fotografo sono limitate dall’occhio dell’architetto per il quale la fotografia è di solito il mezzo più adatto a rappresentare analiticamente i suoi progetti.
Agli architetti la fotografia serve per mostrare dettagli utili da un punto di vista tecnico o estetico ma è un mostrare che si risolve in immagini stereotipate e utili alla visione di un pubblico di specialisti. A maggior ragione questo succede nelle riviste nelle quali non si è capaci, secondo Jodice, di dare al fotografo uno spazio autonomo che gli consenta di interpretare l’architettura.
La sua critica riguarda perlopiù l’utilizzo del fotografo, e il ruolo che questo ha all’interno delle riviste. Il fotografo, afferma, resta legato alla volontà dell’architetto probabilmente perché la fotografia è utilizzata solo come supporto, non riuscendo a emergere anche per la paura o la difficoltà o la determinazione di innovare da parte di chi dirige le riviste.
L’architettura dovrebbe, secondo Mimmo Jodice, vivere nei progetti dell’architetto e nell’interpretazione del fotografo, e gli stessi giornali dovrebbero dare più spazio al fotografo lasciando che il suo stile possa emergere, non uniformando le diverse visioni, ma dando coscienza alle diverse visioni. Tutto ciò oggi non succede, e forse è proprio per questo che il rinnovamento in questo campo diventa sempre più difficile.
Uno dei pochi architetti che ha lasciato ampio spazio alla creatività di Jodice è stato Alvaro Siza, che nelle fotografie del napoletano ha colto un’essenza diversa della sua architettura, la quale gli si è rivelata in una forma inattesa attraverso la capacità visiva del fotografo che ha trasformato le strutture architettoniche in un nuovo racconto.
Per Mimmo Jodice la rappresentazione dell’architettura non vive nei giornali, ma in altri canali di informazione come può essere il cinema in cui il regista è l’artefice e il costruttore delle proprie immagini. Cita a questo proposito la cinematografia di Wim Wenders, nella quale si coglie un’innovazione nel modo di intendere e vedere l’architettura e la città contemporanea, sconosciuta nelle uniformi immagini che riempiono le riviste.
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ven, mar 27, 2009
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