Nino Migliori è sicuramente uno dei fotografi più importanti ed innovativi del secondo dopoguerra. All’inizio il suo interesse pare diviso tra la ricerca neorealista e la sperimentazione di nuove tecniche e materiali che lo avvicinano ad artisti come Burri, Wols e Tapis.
Sono questi gli anni in cui Migliori produce le ossidazioni e i pirogrammi, opere che escludono l’utilizzo della macchina fotografica, in cui viene dimostrato come già aveva fatto Man Ray con i Rayogrammi che la fotografia non è nient’altro che una scrittura con la luce.
Ma la fotografia per Nino Migliori non è solo ricerca astratta è anche un modo per interpretare una realtà che non è mai oggettiva. Da qui nascono le immagini scattate in Basilicata: un mondo rurale retto da gerarchie famigliari ben definite che affascina Migliori e che lo avvicina al neorealismo vera cifra stilistica degli anni ’50 in cui la visione della realtà era fondata sul primato del popolare e dell’umanitarismo.
Ma le sperimentazioni continuano, degli anni ’60 è la serie Muri da cui emerge un interesse per le pareti come mezzo di sostegno anche sociale. Nascono così immagini che sembrano astratte ma sempre cariche di una surreale realtà come il bambino che scrive “Il mio babbo è morto”.
L’opera di Nino Migliori va annoverata, insieme a quella di Veronesi, Munari, Grignani, tra i lavori, che almeno in Italia, hanno proseguito la ricerca delle avanguardie, soprattutto quella del bauhaus, impegnata in una riflessione sui linguaggi dell’immagine, con la fotografia come nodo centrale dell’immaginario e della ricerca formale contemporanea.
© Nino Migliori | Gente del Sud
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ven, gen 23, 2009
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