Luigi Ghirri nel 1984, è il promotore di Viaggio in Italia insieme a Gianni Leone e Enzo Velati e a fotografi quali: Mimmo Jodice, Fulvio Ventura, Giovanni Chiaramonte, Olivo Barbieri, Mario Cresci, Vincenzo Castella, Vittore Fossati, Cuchi White. Questi non si propongono di spiegarci il paesaggio o l’architettura italiana, ma si muovono in una geografia che conoscono proponendoci i loro modi di vedere.
L’indagine dei fotografi in Viaggio in Italia, prende spunto dal medesimo desiderio di raccontare una storia, un paese, un territorio, e con la “facilità di quanto accade nel casuale andirivieni del viaggio, rappresenta l’unico, fragile supporto al metodo di spiegazione dell’architettura”.
Si cerca la campagna che non c’è più, o meglio quella che esiste tra le colate di cemento e diventa luogo mitico dove ritrovare la propria memoria, una memoria che vive nelle periferie, luogo-non luogo in cui meglio viene rappresentato il vuoto e le caratteristiche del paesaggio contemporaneo.
Il tempo viene fermato e non si ricerca più il tempo-momento in cui far risaltare lo spazio celebrato dai monumenti che caratterizzano la città, ma l’assenza di tempo e dello spazio che contraddistingue quotidianamente la vita della città, rivelata da una ferrovia, come in Mario Cresci, o in un arcobaleno, come in Fossati, o da una casa diroccata (Chiaramonte).
L’assenza di tempo viene fissata da Luigi Ghirri nello spazio di un manifesto, vera realtà nella finzione quotidiana.
Non si cerca l’unicum, ma sommersi da un’immondizia reale, prima che culturale, si cerca di dare un volto, come fa Barbieri, all’uomo del bar che, però, tende subito a svanire. Così, un campo di calcio polveroso, fotografato da Cresci, o la stazione di Livorno ripresa da Chiaramonte, ci rimandano agli interni, ormai fittizi, come ci di-mostra Ghirri, o anonimi, come svela Castella, delle nostre case. Jodice ha frantumato la città dei monumenti, mentre Cuchi White ci invita ad entrare e aggrapparci nella finzione delle sue architetture. Guardando queste immagini sembra che non resti che rifugiarci nei giardini delle città, scoprendo per fortuna che “si chiude al tramonto”.
Le città di questi fotografi, sono città di margini in cui gli oggetti comuni non vengono allontanati dall’obiettivo fotografico, ma sono colti mediante quella poetica del quotidiano che li rende vivi e compresenti. I fotografi attraversano il paesaggio e le città come ogni giorno le attraversa ognuno di noi, soffermandosi a contemplare le automobili o l’asfalto, le stazioni o gli oggetti comuni.
Sono fotografie di limiti e desolazione, ma non solo, che testimoniano il paesaggio anonimo, quello lontano dalle zone blu e dalle mattonate del centro, sono l’emblema della periferia che non ha industrie e in cui la campagna, indagata come bordo urbano, non esiste, lontana dai nostri occhi, e continuamente calpestata. Le luci dei bar, i tralicci di una stazione o un arcobaleno, sono i veri protagonisti di queste fotografie “banali” che danno dignità al brutto e perciò emarginato. La presenza umana è sempre intuita, ma mai mostrata esplicitamente. Le città vuote rimandano a scorci metafisici, il tempo è bloccato dalle luci dei neon o dalle pietre delle case che relegano gli uomini dietro i muri o in secondo piano rispetto agli oggetti che catturano l’attenzione.
La città è il centro della vita e dell’azione, l’uomo la contempla, ma allo stesso tempo, è contemplato e liquefatto dalle lunghe pose delle fotografie.
Museo Fotografia Contemporanea
© Luigi Ghirri | Alpe di Siusi | 1984
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lun, dic 22, 2008
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